Noi dovevamo ricercare lo strano e il meraviglioso, come nel mio racconto; si', sembrava fosse quello l'unico rimedio che potevamo adottare contro la noia disgustosa del mondo; poiche' era di cio' consapevole fin da quegli anni dell'infanzia e della scuola in cui non facevano che ripetersi le stesse identiche cose, non l'aveva mai sfiorato l'idea di rinchiudersi tra quattro mura; per tale ragione aveva passato la vita intera nei viaggi, inseguendo racconti nelle strade infinite. Tuttavia lo strano e il meraviglioso non dovevamo ricercarlo nel mondo, e non dentro di noi! Cercare quanto era in noi, spingere il pensiero cosi' in alto sopra di noi ci avrebbe reso infelici. Ecco quel che era capitato alle persone del mio racconto: per questo i personaggi, i protagonisti, gli eroi non si piegano in alcun modo ad essere se stessi, e ambiscono eternamente a essere un altro.
[Orhan Pamuk, Il castello bianco]
Pigrizia, retorica, e melanconia.
Avevo bisogno di un premio Nobel per fare outing.
venerdì 23 marzo 2007
domenica 11 marzo 2007
Pienso que
Un'altra domenica lavorativa.
Fuori,
il sole.
Io,
dentro.
Le erbette provenzali del mio pranzo sono artisticamente dispiegate tra le mie gengive e i miei denti.
Un sorriso boschivo.
Perche' la gente prenota auto di domenica?
Dio non l'aveva considerato giorno festivo?
E se siamo cosi' visceralmente cattolici in Italia, perche' allora ci preoccupiamo del noleggio di autovetture nel giorno di Nostro Signore?
Mah.
Al solito, mi sono impelagata in frasi senza senso.
Vado a comprare La Repubblica.
Fuori,
il sole.
Io,
dentro.
Le erbette provenzali del mio pranzo sono artisticamente dispiegate tra le mie gengive e i miei denti.
Un sorriso boschivo.
Perche' la gente prenota auto di domenica?
Dio non l'aveva considerato giorno festivo?
E se siamo cosi' visceralmente cattolici in Italia, perche' allora ci preoccupiamo del noleggio di autovetture nel giorno di Nostro Signore?
Mah.
Al solito, mi sono impelagata in frasi senza senso.
Vado a comprare La Repubblica.
lunedì 5 marzo 2007
1: Big Fish
Un gesto abituale. Rituale personale. Banale.
Uno sbuffo che si arrotola su sé stesso nello scuro della notte. Una tonalità di grigio soddisfacente e piena che contrasta con il blu scuro della notte. Ovunque.
L’odore confortante e avvolgente.
Il rumore della brace che divora la cartina, lentamente, come un mostro che avanza calmo e costante, sicuro della sua vittoria. Fastidioso.
Secondo tiro.
Meglio tenere il conto, mentalmente.
C’è chi è fiscale sui tre tiri.
Il fumo è al sicuro nei polmoni, trattenerlo, espirarlo, con naturalezza, chèrie.
Zona rossa.
Gli occhi degli astanti smettono di fingere di essere presi dai particolari della scenografia del momento. Iniziano a fissare la mano. Educatamente impazienti. Trattenuti.
Terzo tiro.Gli occhi coreograficamente socchiusi.
La mano si muove e ne incontra un’altra, dita in attesa.
Una voluta sensazione di rilassatezza.
Ecco,
ci siamo.
Let’s go.
Interno, un locale che potrebbe essere ovunque, tanto le persone che lo popolano sono poco caratteristiche di un modo di vivere, poco unite nel voler ottenere qualcosa. Solo corpi che si agitano a tempo di musica. Labbra che si tendono su denti e gengive. Mani che si alzano e si abbassano, giocano e si prendono gioco di mondi lontani. Tessuti che avvolgono corpi, si sommano, si accumulano, barattati per parole che non vengono dette. Un divertimento fine a se stesso.
I suoi occhi registrano, inquadrano. La sua bocca si colora di una risata amara e beffarda. Una intima superiorità la separa dall’essere solo qualcuno. Si dissocia.
Se guardate bene è a bordo pista. Lì, alle sue spalle il bancone del bar, gente in attesa di bere sé stessa – il beverone della personalità (ed è solo birra, people, luppolo, cereali fermentati, malto, echi germanici e rurali, una rudezza che vuole essere scordata).
Sa di essere presuntuosa, al sicuro di una corazza psicotropa che nessuno dei presenti può scalfire.
E i suoi occhi si cibano dello spettacolo grottesco degli esseri umani.
[di terre nordiche, maggio 2005]
Uno sbuffo che si arrotola su sé stesso nello scuro della notte. Una tonalità di grigio soddisfacente e piena che contrasta con il blu scuro della notte. Ovunque.
L’odore confortante e avvolgente.
Il rumore della brace che divora la cartina, lentamente, come un mostro che avanza calmo e costante, sicuro della sua vittoria. Fastidioso.
Secondo tiro.
Meglio tenere il conto, mentalmente.
C’è chi è fiscale sui tre tiri.
Il fumo è al sicuro nei polmoni, trattenerlo, espirarlo, con naturalezza, chèrie.
Zona rossa.
Gli occhi degli astanti smettono di fingere di essere presi dai particolari della scenografia del momento. Iniziano a fissare la mano. Educatamente impazienti. Trattenuti.
Terzo tiro.Gli occhi coreograficamente socchiusi.
La mano si muove e ne incontra un’altra, dita in attesa.
Una voluta sensazione di rilassatezza.
Ecco,
ci siamo.
Let’s go.
Interno, un locale che potrebbe essere ovunque, tanto le persone che lo popolano sono poco caratteristiche di un modo di vivere, poco unite nel voler ottenere qualcosa. Solo corpi che si agitano a tempo di musica. Labbra che si tendono su denti e gengive. Mani che si alzano e si abbassano, giocano e si prendono gioco di mondi lontani. Tessuti che avvolgono corpi, si sommano, si accumulano, barattati per parole che non vengono dette. Un divertimento fine a se stesso.
I suoi occhi registrano, inquadrano. La sua bocca si colora di una risata amara e beffarda. Una intima superiorità la separa dall’essere solo qualcuno. Si dissocia.
Se guardate bene è a bordo pista. Lì, alle sue spalle il bancone del bar, gente in attesa di bere sé stessa – il beverone della personalità (ed è solo birra, people, luppolo, cereali fermentati, malto, echi germanici e rurali, una rudezza che vuole essere scordata).
Sa di essere presuntuosa, al sicuro di una corazza psicotropa che nessuno dei presenti può scalfire.
E i suoi occhi si cibano dello spettacolo grottesco degli esseri umani.
-"Big Fish, l’avete mai visto?Tim Burton, ha girato anche Nightmare before Christmas, uh, una volta sono riuscita a riassumerlo in poche parole. Comunque, in questo film c’è un circo, Danny de Vito è una sorta di spietato capocomico. La luce, la luce del circo è magnifica, rossastra-arancione, intima e allegra allo stesso tempo, è difficile spiegarla. E’ equilibrata, non è il rosso invadente che associ al sanguigno al quartiere rossi di Amsterdam…mai stata peraltro. Ora, qua, su questa pista, c’è la stessa luce. Una sorta di gazebo a righe bianche e rosse è calato sopra la gente, e tutti diventano personaggi, prendono in prestito scopi e caratteristiche da persone immaginarie. Mutano, diventano parte di un disegno impostato, libero ma allo stesso tempo costretto nei confini del fantastico.
Là, la ragazza tutta vestita di nero, è diventata un topo, sta scappando dalla sua amica vestita di grigio, credo sia il gatto. Quel ragazzo dietro di loro è un burattino, si muove legnoso, sembra che qualcuno stia tirando le sue braccia. Sembra perso, solo.
Un derviscio si dà alla sua arte, estatico, graficamente invidiabile, con la sua gamba rotonda.
La massa non è più tale.
Sembrano un insieme di persone che celebrano lo stare insieme. Oh, un suonatore di tromba. Sorride ad un violinista distante. Chissà se le loro note si incontreranno. Mah. Mangiafuoco. Un gigante capelluto che tenta di scuotersi in parallelo al ritmo.
Battere
e levare.
Piroette, salti. Coreografie estemporanee. Assorbo visivamente lo scorrere della vita degli altri.
Holy shit.
Magari c’è qualcuno per cui questa serata avrà un significato, mi spiego in un ipotetico calendario di eventi importanti che modellano la vita reale di una persona quindi non i numeri sequenziali sui fogli, gli eventi che vengono ricordati e che sono sempre l’inizio di un nuovo segmento di esistenza. Magari per qualcuno non sarà solo una serata in transito. Tubolare. Presente "colazione da Tiffany", il libro però? Lei scrive "in transito" sulla buchetta della posta. Non si può mai sapere. Perché ho associato il bagno-sanitario- verde acqua di Nizza?"-.
Intenso. Lungo.
Si sposta, scorta un flusso di parole che le si accavallano in testa. Le porta in giro per il locale. Fa loro significare in libertà quello che vede.
Un tenero brainstorming.
Imbocca un tunnel che la guida sapientemente fuori.
Là, la ragazza tutta vestita di nero, è diventata un topo, sta scappando dalla sua amica vestita di grigio, credo sia il gatto. Quel ragazzo dietro di loro è un burattino, si muove legnoso, sembra che qualcuno stia tirando le sue braccia. Sembra perso, solo.
Un derviscio si dà alla sua arte, estatico, graficamente invidiabile, con la sua gamba rotonda.
La massa non è più tale.
Sembrano un insieme di persone che celebrano lo stare insieme. Oh, un suonatore di tromba. Sorride ad un violinista distante. Chissà se le loro note si incontreranno. Mah. Mangiafuoco. Un gigante capelluto che tenta di scuotersi in parallelo al ritmo.
Battere
e levare.
Piroette, salti. Coreografie estemporanee. Assorbo visivamente lo scorrere della vita degli altri.
Holy shit.
Magari c’è qualcuno per cui questa serata avrà un significato, mi spiego in un ipotetico calendario di eventi importanti che modellano la vita reale di una persona quindi non i numeri sequenziali sui fogli, gli eventi che vengono ricordati e che sono sempre l’inizio di un nuovo segmento di esistenza. Magari per qualcuno non sarà solo una serata in transito. Tubolare. Presente "colazione da Tiffany", il libro però? Lei scrive "in transito" sulla buchetta della posta. Non si può mai sapere. Perché ho associato il bagno-sanitario- verde acqua di Nizza?"-.
Intenso. Lungo.
Si sposta, scorta un flusso di parole che le si accavallano in testa. Le porta in giro per il locale. Fa loro significare in libertà quello che vede.
Un tenero brainstorming.
Imbocca un tunnel che la guida sapientemente fuori.
Fschuuuuuuuuuu.
Luce, impatto, freschezza.
Here she is.
Esterno. Un ponte. Dell’acqua scorre quieta sotto la tensione delle assi di legno. I gomiti oppongono una ringhiera di ferro, gli alberi calmano i suoi occhi.
Verde.
L’eco di musica di un altro, più affine ma meno fine sfida i rumori della notte.
Batte un palmo sulla balaustra, così, per provare a se stessa che la mano rimbalza. La mette in tasca, poi.
Non si volta, preferisce ignorare.
E se ne va.
E così come è iniziata,
questa
storia
finisce.
Esterno. Un ponte. Dell’acqua scorre quieta sotto la tensione delle assi di legno. I gomiti oppongono una ringhiera di ferro, gli alberi calmano i suoi occhi.
Verde.
L’eco di musica di un altro, più affine ma meno fine sfida i rumori della notte.
Batte un palmo sulla balaustra, così, per provare a se stessa che la mano rimbalza. La mette in tasca, poi.
Non si volta, preferisce ignorare.
E se ne va.
E così come è iniziata,
questa
storia
finisce.
[di terre nordiche, maggio 2005]
domenica 4 marzo 2007
Trenta minuts to go.
Rapida incursione in Patria.
Lo zaino è pronto, giace tramortito dal suo ripieno in camera mia.
Il bagaglio a mano è miracolosamente chiuso.
Tra trenta minuti
a partire da ora
ri-
parto.
Io sono ancora in jeans e maglietta.
Con le pantofole di lana cotta.
E sono quasi più spaventata della prima volta.
Ho visto facce familiari, compiuto i soliti rituali collettivi, sanato ferite annose e purulente, condiviso il racconto dei miei giorni, ballato, cantato, sorriso.
Eppure.
Lo zaino è pronto, giace tramortito dal suo ripieno in camera mia.
Il bagaglio a mano è miracolosamente chiuso.
Tra trenta minuti
a partire da ora
ri-
parto.
Io sono ancora in jeans e maglietta.
Con le pantofole di lana cotta.
E sono quasi più spaventata della prima volta.
Ho visto facce familiari, compiuto i soliti rituali collettivi, sanato ferite annose e purulente, condiviso il racconto dei miei giorni, ballato, cantato, sorriso.
Eppure.
domenica 25 febbraio 2007
Pensiero Stupendo, nasce un poco strisciando.
Camminare.
Camminare.
Camminare.
L'imperativo di questa citta'.
Sicuramente la Sagrada Familia e' particolare. Le case deformate altrettanto. Palazzi, musei, negozi, le ramblas e i loro artisti, le statue, Cristoforo Colombo.
Ma camminare per le vie dei quartieri di questa citta' e' molto piu' gratificante che rimanere in coda per ammirare la matrice delle tazze, magliette, e ciapapolvar che ci concediamo quando ci sentiamo turisti.
Camminare da soli. Perdipiu'. Consumar piastrella dopo piastrella. Evitare le cacche dei cani. La pipi' dei barboni/ubriaconi/turisti inglesi. E su, panni stesi, bambini che si affacciano dai balconi o adulti che ti scrollano la cenere in testa. Luci, tende, decorazioni, piastrelle sbreccate, fiori dipinti, calcinacci.
Urla e suoni.
Risa (?)
Camminare.
Camminare.
L'imperativo di questa citta'.
Sicuramente la Sagrada Familia e' particolare. Le case deformate altrettanto. Palazzi, musei, negozi, le ramblas e i loro artisti, le statue, Cristoforo Colombo.
Ma camminare per le vie dei quartieri di questa citta' e' molto piu' gratificante che rimanere in coda per ammirare la matrice delle tazze, magliette, e ciapapolvar che ci concediamo quando ci sentiamo turisti.
Camminare da soli. Perdipiu'. Consumar piastrella dopo piastrella. Evitare le cacche dei cani. La pipi' dei barboni/ubriaconi/turisti inglesi. E su, panni stesi, bambini che si affacciano dai balconi o adulti che ti scrollano la cenere in testa. Luci, tende, decorazioni, piastrelle sbreccate, fiori dipinti, calcinacci.
Urla e suoni.
Risa (?)
***
Ecco cosa ho visto durante le mie peregrinazioni:
- Un piccione morto suicida col collo girato
- Un topo in un cestino dell'immondizia che inizialmente pensavo fosse uno scoiattolo ma quando mi sono avvicinata e' saltato fuori e ho potuto vedere che era proprio un ratto
- Un piazzetta con la luna che spuntava dai palazzi colorati
- Un porta che si chiude con un sistema di pesi simili a quelli delle bilance vecchie delle farmacie
- Una banda che suonava una sorta di samba, in cerchio intorno al loro direttore. Pelle d'oca
- La rete capillare degli uomini Cerveza Beer ?
- La via delle prostitute
- La via degli spacciatori
- Sedie, tavoli, materassi, bidet, letti, televisori, lavatrici, dischi, cd, vestiti abbandonati nelle strade. Prossimamente si tentera' di arredare casa
- Skaters. Ovunque
- La sabbia
- Il backstage del mercato della rambla nelle prime ore del mattino
- Persone
- Case vecchie
- Ho scoperto, camminando su per le scale del mio palazzo, di avere una pequena terrazza comune che alla mattina ti permette di assistere al cambio di luce su tutta la citta'
- Ho visto i lampioni accendersi
- Palme allineate in modo perfettamente simmetrico
- Cartelli del Comune che vietano il gioco della palla in strada
- Le ombre attraverso una porta a vetri di una messa latino-americana cantata e ballata
- Una sedia rotta, che e' stata successivamente dipinta da terzi per intornarla ai miei calzetti a quadretti
I miei preziosi tesori.
Trattateli bene.
Comunque, ne trovero' altri.
Pessima prosecuzione
Ormai al trentacinquesimo giorno di permanenza in terra iberica, qualcuno si ricorda di un certo progetto di blog per tenere il RdM informato sulle proprie azioni.
Sono al lavoro.
E' domenica mattina, e' vero. Ma ho scambiato i miei giorni di liberta' per 48 ore la prossima settimana. Una rapida incursione nel Nord Italia.
Il mio ufficio* sorge su uno dei tanti moli di Barcellona. Dunque, dalle luminose finestre di questo posto posso sospirare e disperarmi osservando la gente seduta indolente sulle panchine del lungo mare. E assicuro che e' frustrante. Non ci sono nuvole, non posso fare cloudspotting**, il cielo e' sfrontatamente terso, l'unica cosa che spunta all'orizzonte e' la supposta gigante di mister Calatrava. Quella che si vede nella pubblicita' di una qualche Fiat, per intenderci.
Ho sonno e fame. Helen, la mia coinquilina, ha mangiato il mio pranzo di oggi in un accesso di fame notturna. Mi e' venuto a mancare il conforto del cibo.
Sbuff.
______________________________
*la parola ufficio e' per me cio' che per Willie Wonka e' la parola parents
**grazie a certi estrosi regali natalizi (vd. libro Cloudspotting) sono ora in possesso di tanti nuovi e curiosi argomenti di conversazione. Gia'.
Sono al lavoro.
E' domenica mattina, e' vero. Ma ho scambiato i miei giorni di liberta' per 48 ore la prossima settimana. Una rapida incursione nel Nord Italia.
Il mio ufficio* sorge su uno dei tanti moli di Barcellona. Dunque, dalle luminose finestre di questo posto posso sospirare e disperarmi osservando la gente seduta indolente sulle panchine del lungo mare. E assicuro che e' frustrante. Non ci sono nuvole, non posso fare cloudspotting**, il cielo e' sfrontatamente terso, l'unica cosa che spunta all'orizzonte e' la supposta gigante di mister Calatrava. Quella che si vede nella pubblicita' di una qualche Fiat, per intenderci.
Ho sonno e fame. Helen, la mia coinquilina, ha mangiato il mio pranzo di oggi in un accesso di fame notturna. Mi e' venuto a mancare il conforto del cibo.
Sbuff.
______________________________
*la parola ufficio e' per me cio' che per Willie Wonka e' la parola parents
**grazie a certi estrosi regali natalizi (vd. libro Cloudspotting) sono ora in possesso di tanti nuovi e curiosi argomenti di conversazione. Gia'.
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